Altro che casa, la mia è un campo di battaglia

Qual è per una mamma che lavora il tempo da dedicare alle faccende domestiche? Quello in cui potrebbe dormire, ovviamente. Quello in cui potrebbe finalmente dedicarsi alla visone del film che aspetta di vedere dall’era dei fratelli Lumiere, alla lettura del libro inciso nella pietra, quel tempo da dedicare al caffè con l’amica che non vede dal Mesozoico, quello che potrebbe spendere per farsi una manicure psichedelica o per andare in palestra a smaltire i kg presi a Natale del 99.

Invece, la mamma che lavora, scaraventa le stoviglie dentro un elettrodomestico che urla vendetta a mezzanotte, ritrova il colore dimenticato dei pavimenti alle prime luci dell’alba, deterge bagni nei  momenti impensabili mentre con l’agilità di un contorsionista e il colpo d’occhio di una lince smista indumenti per avviare la lavatrice.

La mamma che lavora, quell’essere mitologico metà donna metà swiffer, che usa una mano per truccarsi a memoria e l’altra per preparare la colazione, una per spolverare e l’altra per afferrare al volo chi vuole lanciarsi dal seggiolone. La mamma, che è sempre al telefono ma ha le mani libere e svolge altre 26 mansioni contemporaneamente.

Perchè la casa di una mamma che lavora è un campo di battaglia, una distesa di bucato da stirare e di indumenti da lavare, uno spazio disseminato di giocattoli e di biscotti. Ovunque i bambini abbiano accesso possono verificarsi eventi paranormali: crackers che si materializzano dentro una scarpa di papà, affreschi variopinti prendono forma sulle pareti, oggetti che perdono il loro posto e la loro funzione originaria per trasformarsi in suppellettili per il Gormiti o per le bambole, rotoli di carta igienica che si depositano miracolosamente dentro lo scarico del bidet e una seduta d’igiene personale può trasformare il bagno in quel “ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno”.

Perchè mentre le mamme faticano a rassettare una stanza della casa, in quella a  fianco si fa scempio delle più elementari norme igieniche, si infrangono uno alla volta tutti i dettami dell’economia domestica.

Le case delle mamme che lavorano sono quelle dell’infisso schizzato di omogeneizzato, dell’impronta di una manina al cioccolato sulla parete nascosta, quelle vandalizzate dalla fantasia e dall’inimmaginabile  quanto adorabile creatività infantile. Ma le mamme che passano tanto tempo fuori casa non hanno l’occhio allenato alla macchia nascosta, sono accumulatrici seriali di bucato da stirare e di desideri insoddisfatti di massaggi ai piedi.

Le mamme che lavorano hanno l’aspirapolvere come prolungamento naturale degli arti superiori, i pattini a rotelle sotto i piedi e mille pensieri in testa.

Le mamme che lavorano, ovvero tutte.  


Ph. Giovanni Canfailla

News Reporter
Avvocato scampato, moglie impegnativa, attrice di teatro per disperazione, appassionata di libri e di cucina e soprattutto mamma di un folletto e di una fatina. Non si rassegna all'idea che la giornata abbia solo 24 ore.