Sono tutto tranne una fashion blogger

Provo a fare la mamma blogger perché il mondo del fashion ed io siamo due rette parallele destinate a non incontrasi mai nello spazio, figuriamoci nell’armadio di casa mia. La fashion blogger alle sette del mattino sembra truccata da Giotto: linea dell’eyeliner perfettamente disegnata, incarnato radioso e rossetto miracoloso indelebile, rosso vermiglio, senza traccia sui denti; io la mattina a stento distinguo la crema per il viso dall’ anticalcare, ho sempre la matita per gli occhi spuntata e per la fretta esco con una ferita lacero contusa sulle palpebre.

La fashion affronta le rigide temperature invernali con abiti succinti, sprezzante della pioggia gelida calza sandali anche a Dicembre e indossa accessori eccentrici. Io mamma blogger vado a fare la spesa vestita da palombaro, sfoggio autfit che mi conferiscono la grazia di un bisonte e per guidare uso calzature a zampa di mammut.

Quella della fashion è una figura eterea, immune dai virus intestinali, dalla tosse e dai reumatismi, che si difende a colpi di foulardes di Hermes, di suffumigi di Hypnotic Poison e che rinforza le difese immunitarie con litri di Cosmopolitan; ella conosce tutti i locali di tendenza e si fa fotografare mentre mostra una perfetta dentatura fluorescente alle feste più esclusive. Io contraggo tutti i virus che mio figlio porta a casa, la necessità di alzarmi per bere un bicchiere d’acqua durante la notte rappresenta un rischio di ibernazione, esco una volta al mese per un aperitivo con le amiche e siamo così di fretta che di solito la bevanda ci va di traverso. I figli delle fashion blogger si chiamano Brando o Leone, vestono come i Royal babies e vengono portati in giro su passeggini che costano come un Maserati. I miei figli hanno nomi semplici per evitare il rischio che i nonni stramazzino al suolo al sentirli pronunciare, prima di uscire di casa sono già da lavaggio intensivo in lavatrice e per loro il passeggino è uno strumento di tortura.

Le fashion blogger si abbigliano con accozzaglie di indumenti costosissimi firmati da qualcuno che non sia il figlioletto col reflusso, inforcano occhiali da sole 32 pollici e tacco 12 anche per la passeggiata nella foresta pluviale e dettano le tendenze. Se mi scateno con i colori, io sembro un venditore di tappeti dell’ Azerbaijan, e più che influenze provoco epilessia fotosensibile.

Le fashion pubblicano selfie con la luce mistica, con la piega intonsa, con una lista di hashtag lunga come un elenco telefonico, “storie” nelle quali blaterano banalità sull’ ultimo modello di borsa griffatissima. La mia ultima foto decente risale al 99 perchè l’ applicazione più avanzata del mio telefono è una fotocamera che sarebbe un attentato anche all’autostima della Schiffer, sono sempre in ordine come se uscissi dalla turbina di un aereo, e sulle borse sono ferma alla polemica sul sacchetto biodegradabile del reparto ortofrutta.

Le fashion blogger sostengono di lavorare ma in realtà sono esseri mitologici metà messa in piega e metà smartphone. Io però le seguo: mi piace pensare che oltre al mio microcosmo fatto di corse, di un lavoro normale, di economia domestica e di un riflesso allo specchio che si rifiuta di collaborare esista un mondo parallelo dove le mamme fungono da fonte d’ispirazione, lontano da me ma da qualche parte nell’Universo.

Ph. Giovanni Canfailla

News Reporter
Avvocato scampato, moglie impegnativa, attrice di teatro per disperazione, appassionata di libri e di cucina e soprattutto mamma di un folletto e di una fatina. Non si rassegna all'idea che la giornata abbia solo 24 ore.