Non ho tempo, ci sono i figli. Smettiamola di raccontarci scuse

Credo capiti spesso che quando si diventa genitori si smetta di essere persone, di essere individui, come se le due cose fossero staccate.
Come se non c’entrassero.

Questo che sto per scrivere non è un giudizio, ma una riflessione che mi riguarda (e che forse riguarda o ha riguardato anche voi)
Penso (e scrivo) ad alta voce.

Diventi genitore e quello che importa diventa automaticamente essere un buon padre o una buona madre.
Un bravo genitore, insomma.
Come se fosse l’unica cosa importante, come se non esistesse tutto il resto.

Preso dal vortice della genitorialità, non ti chiedi mai se mentre fai il “buon padre di famiglia” intanto però stai diventando un pessimo amico o anche un lavoratore superficiale.
Tanto non importa, devi essere un buon genitore e basta.

Utilizziamo i figli per scusarci delle nostre assenze.
Soprattutto di quelle assenze che da anni abbiamo verso noi stessi.
Smettiamo persino di sognare, o meglio impariamo a sognare solo attraverso gli occhi dei bambini.
Ed è lì che facciamo l’errore più grande, perché proiettiamo sui figli (e facciamo un casino di danni).
Smettiamo di desiderare per noi, e desideriamo per i figli (talvolta senza mai guardarli veramente).
“Da grande farà il calciatore” o “Dovrà imparare tre lingue”: chi di noi non lo hai mai pensato?

Perché facciamo l’errore di utilizzare i figli come il prolungamento di noi stessi. 
Come se fossimo noi.
Noi, ma con più tempo a disposizione.
Educhiamo mettendoci dentro pure i rimpianti e i desideri mai realizzati.

A me per esempio farebbe molto piacere che Gennarino imparasse a suonare la chitarra.
E lo sapete perché?
Perché sarebbe piaciuto tantissimo anche a me.
E allora mi nascondo dietro la genitorialità e smetto di essere io.
Smetto di essere me stesso.
Sono un papà. 
Non sono più Giovanni.

Ma non sarebbe più giusto che io a 37 anni prendessi qualche lezione di chitarra e lasciasi che Gennarino scelga che ne so di suonare l’oboe?
Non è più giusto insegnare ai bambini che non si smette mai di imparare (e di sognare)?

Abbiamo paura di metterci in discussione perché farlo richiede troppa fatica e allora abbiamo i figli,


Praticamente arriva la frase che decliniamo in tutti i modi “Non ho tempo, ci sono i bambini”?

Non vedi i tuoi amici da mesi: “Non ho tempo, ci sono i bambini”
Non leggi più: “Non ho tempo, ci sono i bambini”
Non ti fai una chiacchiera rilassata con tua madre: “Non ho tempo, ci sono i bambini”
E così via.

Perché di fronte a certe frasi, a certe “responsabilità” nessuno può dire nulla.
La giustificazione è obbligatoria.

Chi vuoi che ti dica nulla?

Mettiamo i bambini davanti e ci evitiamo così qualsiasi giudizio (e la verità è che noi ci caghiamo addosso del giudizio delle persone).

Questa cosa non la facciamo solo con gli altri.
La facciamo soprattutto con noi stessi.

Io, per esempio, combatto con i chili di troppo da quando sono adolescente.
Da sempre.
E sapete da quanto non vado in palestra?
Da quando è nato Gennarino.
La scusa sapete qual è?
“Toglierei tempo ai bambini”.

Grandissima cazzata.

La verità è che mi sono arreso, mi sono stancato di combattere con la bilancia.
Alla mia età due sono le cose: o ti accetti o ti schiatti di palestra.
Non c’è alternativa.

Ma per entrambe le soluzioni è più facile mettere in mezzo i bambini.
Il problema non è la pancia, il ragionamento è più profondo.

Io devo crescere e dovrò dire ai miei figli che la pancia è il risultato di una scelta (mi piace mangiare) e non la conseguenza della vita da papà.

Perché credetemi quando dico “non vado in palestra perché tolgo del tempo ai miei figli” scaravento in modo ingiusto sui bambini la mia insoddisfazione, il mio non piacermi, i miei disturbi post-adolescenziali.

Se c’ho la pancia e non mi piaccio, la colpa è mia ( e della natura), la verità è questa.
Non c’entrano nulla pannolini, bambini e notti insonni.

Continuiamo a dare ai figli colpe che non hanno, perché è più facile così.
Essere genitori ti mette dentro l’amore più grande e noi a volte usiamo quell’amore per difenderci.
Per riempire i nostri vuoti.

Non sarebbe più logico prendere quell’amore e crescere?

Crescere come essere umani, come persone.
Come individui.
Come gli spinaci per Braccio di Ferro.
L’amore che rende forti.
Migliori.

L’amore non è uno scudo.
Non è una trincea dove difenderci da tutto il resto.
L’amore non è mai una scusa.
L’amore è solo la strada, un modo di percorrere la vita.
Un modo per essere migliori di prima.
E da domani giuro che ricomincio a correre.
Ad amarmi.
E a sognare.

Perché come si dice i bambini non hanno bisogno di insegnamenti.
Ma di esempi.

E io voglio che i miei figli non smettano mai di sognare.
Di migliorarsi.
E di amarsi.
Mai, pure a quasi quarant’anni.

Ps: Scusate lo sfogo, poi ve lo prometto torno a scrivere cazzat

News Reporter
Papà di Gennaro e Nina, zio di Antonio ed Emilia. Cervello da tronista, fisico da scrittore ed il solito non si impegna abbastanza. Non riesco a pronunciare la parola internazionalizzazione