Tutte le volte che abbiamo giudicato la mamma di Kramer vs Kramer. Ma era veramente una madre così cattiva?

Ho rivisto Kramer contro Kramer a distanza di anni dalla prima volta in cui lo vidi e mi lasciò con un nodo alla gola per la sofferenza di un bambino abbandonato da chi lo messo al mondo e con il disprezzo nei confronti di una madre che dimentica il proprio ruolo e si allontana dal figlio.

Ho rivisto Kramer contro Kramer sulla soglia dei quarant’anni, con due bambini ed una vita piena nella quale annaspo ogni giorno per non affondare, e mi ha lasciato lo stesso nodo alla gola e, piuttosto, un senso di compassione nei confronti di una donna smarrita che lascia il proprio bambino nelle mani del genitore più lucido e presente. Lo lascia perché il ruolo di madre non sempre ci appartiene e talvolta ce ne accorgiamo troppo tardi. Quella madre tornerà da quel pezzo del suo cuore solo dopo avere ritrovato la sua identità di donna, prima che di genitrice.

Nella nostra società fare un figlio è diventato più facile che essere genitori ed il dramma descritto dal film degli anni 70, si adatta alla perfezione alla struttura della famiglia moderna.
La nascita di un figlio segna per la coppia un cambiamento profondo ma a farne le spese è sicuramente l’individualità della madre, da sempre. E’ sua la responsabilità di portare a termine una gravidanza ed un parto, sua la responsabilità della temperatura dell’acqua del bagnetto, dell’igiene, della cura, della nutrizione come dell’educazione del bambino. Perchè nella figura femminile il ruolo di madre e di donna non possono coesistere così facilmente come quello di uomo e di padre in quella maschile.

Quanto è facile puntare il dito contro una donna che scelga la carriera alla maternità, anche oggi e soprattutto oggi?
Perchè un uomo può decidere di lasciare la propria famiglia per dedicarsi al lavoro, alle proprie passioni mentre una madre non può concedersi nessuna debolezza?
Qualcuno ci ha mai chiesto quanto ci sia costata la scelta di avere un bambino?
Quanto è stata dura scendere dal tacco dodici per spingere passeggini? Quante rinunce e quanti sacrifici, seppure ripagati dall’amore incommensurabile per quegli esserini che sono il pezzo più importante del nostro cuore?
Quale mamma non si è sentita morire e rinascere insieme quando è tornata al lavoro?
Chi c’è dietro la porta di quel bagno dove soffochiamo i singhiozzi per una responsabilità troppo grande che non lascia spazio ai nostri sogni di donna prima che di madre?

Forse neanche nostro marito o il nostro compagno sa quanto pesi scordarsi di essere individui e mettere le nostre esigenze sempre dopo un bisogno, un capriccio o una richiesta che proviene dalla famiglia, da quel microcosmo che come Atlante portiamo sulle spalle. E allora io quella Kramer che ha bisogno di respiro adesso la capisco, chè la forza per sollevarlo quel mondo a volte ci manca, perchè siamo stanche, perchè siamo forti ma anche fragili, perché a volte è necessario guardare altrove per riprendere fiato.

Perchè per tornare più forti e per sostenere quel peso con il coraggio e la consapevolezza di quello che siamo, oltre che di quello che dobbiamo essere, a volte l’amore non basta: è necessario allontanarsi e forse anche perdersi per ritrovarsi.

News Reporter
Avvocato scampato, moglie impegnativa, attrice di teatro per disperazione, appassionata di libri e di cucina e soprattutto mamma di un folletto e di una fatina. Non si rassegna all'idea che la giornata abbia solo 24 ore.