Tre minuti chiusa in bagno

Oggi casa mia era più caotica di un mercato di quartiere, più disordinata di un campo di battaglia, ed i miei figli avevano un diavolo per capello. Ero stanca e di pessimo umore ma i miei bambini avevano l’argento più che vivo addosso e tanta propensione a combinare le peggiori monellerie. Sembrava che per una serie di coincidenze astrali mi si dovesse precludere un momento di riposo per riordinare le idee e ritrovare un po’ di energia.

Dudù nell’ordine ha frantumato un oggetto di porcellana, mandato in tilt il lettore dvd e sparso per casa tutta la carta ed il cartone sottratti dal cestino dei rifiuti. L’appartamento si presentava travolto da una mandria di bisonti. Ninni ha cominciato a strillare perchè pretendeva che lo aiutassi a cercare un gioco finito in chissà quale buco nero dell’universo; Dudù esigeva di stare seduta sulle mie ginocchia mentre lavoravo al PC, giusto per il sadico gusto di premere i tasti mentre scrivevo. Un lavoro da finire con urgenza, impegni che avrebbero avuto bisogno di essere affrontati con serenità e lucidità, la stanchezza di una giornata impegnativa a minare qualsiasi buona intenzione. Il disordine di una casa trascurata intorno non aiutava, una telefonata con un’amica si è risolta nel blateramento di concetti che non avrei espresso neanche in stato di ebbrezza.

Dopo il vano ricorso ad una dose massiccia di camomilla, mentre i miei figli continuavano a strillare per motivi diversi ho posizionato Dudù sul suo ovetto e mi sono chiusa in bagno, per non fare niente ma per riprendere fiato. Quella stanza così intima, quel luogo di privacy, quell’ambiente inaccessibile, per una mamma diventa un rifugio necessario quando la situazione diventa ingestibile. Tre minuti, giusto il tempo di respirare  a fondo e recuperare.  Il tempo di capire come riprendere il controllo della situazione per non lasciarsi trascinare dentro il vortice del capriccio. Tre minuti, da sola e chiusa a chiave, appoggiata al lavandino con tutto il peso addosso del mestiere di genitrice. Centottanta secondi per capire che avrei potuto strillare più forte di loro ma non sarebbe servito a calmarli. Tre minuti, giusto il tempo di sentire mio figlio attaccato alla maniglia con l’intenzione di staccarla, che spintonava la porta come un ariete, intento a smontarene i cardini. Perchè neanche sul water una mamma ha diritto di stare da sola, ma a volte un momento di silenzio è terapeutico.

Niente, poi sono uscita lasciando i pensieri e gli impegni appoggiati al lavandino ed io ho guardato un cartone con i miei bambini, così hanno smesso di strillare.

News Reporter
Avvocato scampato, moglie impegnativa, attrice di teatro per disperazione, appassionata di libri e di cucina e soprattutto mamma di un folletto e di una fatina. Non si rassegna all'idea che la giornata abbia solo 24 ore.