A casa mia il veglione è tutto l’anno

Mamme rimembrate ancora i tempi della vostra vita “normale” quando quasi per tempo organizzavate il veglione di Capodanno? Da quando è nato il mio primogenito l’allenamento delle notti in discoteca mi aiuta a stare dietro alla mia progenie quando non vuole dormire. La notte del 31 di solito la passiamo a casa su di un comodo divano a differenza di quanto accadeva quando eravamo una coppia giovane e senza impegni.

 

Il mio ricordo delle feste di Capodanno provoca lo stesso brivido che avvertito sfilandomi il maglione di lana per sostituirlo con la mise da serata danzante, interrompendo definitivamente il transito intestinale del panettone. L’attesa della mezzanotte per il brindisi frettoloso con i parenti e il restauro accurato supportato dal doppio caffè per contrastare la sonnolenza provocata dalle 128 portate della cena. Nel delirio digestivo si rifletteva nello specchio una figura mitologica, un misto tra Peppa Pig e la Monnalisa che non si sarebbe resa presentabile se non dopo l’intervento di un’equipe di chirurghi plastici. Il freddo in quegli abiti succinti che mi irrigidiva in una postura da pinna di baccalà, i tacchi che stridevano sotto il peso del crimine culinario della nonna. Ripenso ai locali gremiti di gente che ricordavano più “il ritorno dei morti viventi” che un veglione di capodanno, l’aria satura di profumi francesi vaporizzati a iosa, con un piede fuori dall’uscio di casa nel vano tentativo di celare l’odore di cotolette che inevitabilmente impregnava capelli e pelle almeno fino al terzo strato. Un tripudio di paillettes da fare impallidire il più fantasioso degli artificieri, abiti attillati farciti da inaspettati chili di troppo ( regalo delle sopraffine cuoche di famiglia), siluettes da calamaro ripieno, teste così ingellate da sembrare aspic di capelli sopra manichini vestiti come Tony Manero, cosciotti imprigionati da collant sbrilluccicosi, uno sfavillio di glitter tale da rendere necessaria la mascherina da saldatore. Il bicchiere di bollicine nel quale si cercava l’ebbrezza per la serata e che invece risvegliava il cotechino, il temuto trenino che travolgeva chiunque in un incespicamento scoordinato, guidato da un capotreno in preda ai fumi dell’alcool e dell’arrosto e riconoscibile dalla cravatta annodata sulla fronte. La ribellione della vescica, che in barba alla ritenzione idrica che segue le festività, la notte di San Silvestro costringeva alla fila all’unica toilette disponibile per l’incontinenza di 500 persone, causando baruffe e perdita di extension. Ricordo l’alba che faceva arrancare verso il giaciglio gli zombie della nottata, pallidi, emaciati come se nella notte avessero miracolosamente bruciato le 23.000 calorie ingurgitare la sera prima. Essi, dopo qualche ora, sarebbero stati svegliati per sedersi a tavola incapaci di intrattenere una qualsiasi conversazione senza dare segni di squilibrio mentale, con un piatto di lasagna davanti che richiamava alla battaglia gli eccessi della notte precedente, compreso un combattivo involtino di prosciutto, mal di testa ritmato dal sound di “Brigitte Bardot” e la grinta e l’ energia di un bradipo per affrontare l’anno nuovo. Ricordo la sensazione onirica del primo dell’anno, le allucinazioni provocate dal sonno e dai picchi glicemici, e il minaccioso ruggito nello stomaco del prosecco di infima qualità della notte precedente.

Memore di ciò, quest’anno l’unica cosa che mi metterò addosso dopo mezzanotte sarà il mio piumone e cercherò di dormire tanto quanto basta ad accogliere il 2019 quasi con lucidita’. Il massimo della trasgressione previsto in casa mia sarà mangiare cioccolata dopo mezzanotte, e va benissimo così, che magari riusciamo pure  a riposarci.

News Reporter
Avvocato scampato, moglie impegnativa, attrice di teatro per disperazione, appassionata di libri e di cucina e soprattutto mamma di un folletto e di una fatina. Non si rassegna all'idea che la giornata abbia solo 24 ore.