10 giorni da sola (con i bambini)

Mio marito è partito per il suo viaggio in moto in solitaria sui Pirenei per 10 giorni, io sono rimasta a casa da sola con un teppista di quattro anni ed un folletto di dieci mesi con tre dentini e mezzo. Sono l’eroe delle mie amiche! DIECI giorni: il tempo necessario e sufficiente per testare le capacità psicofisice di una donna.

Per l’occasione Ninni ha dormito con me nel lettone con i suoi mille cuscini che a me lasciavano lo spazio sufficiente per mantenermi in equilibrio su di un fianco, chè se solo avessi starnutito sarei finita sul comodino. Ho mangiato pasta con l’olio e panini al prosciutto guardando Peppa Pig , per stancarli a puntino ho conosciuto tutto il repertorio di Baby K (potenza delle baby dance al grest!) rassegnandomi all’idea che Cristina D’Avena non fa presa sulle nuove generazioni. Ho dovuto rispolverare il girello per tenere a bada la piccola che, a detta di mio marito al suo rientro, nei giorni di assenza del papà è stata sostituita con un modello più pestifero che avanza pretese di autonomia. Ho gestito docce, pupù, pasti, lavatrici, spesa e pellegrinaggi alle poste, a volte quasi contemporaneamente, mentre lavoravo per un reading e partecipavo ad un laboratorio di teatro per minori stranieri, giusto per testare le mie capacità organizzative e gli effetti del buscopan.  Per dieci giorni ho sperato di concedermi un film ed invece mi svegliavo di soprassalto con la testa sul pouf del soggiorno con la sigla del trenino Thomas: se ci sono giornate da concludere con un flute di prosecco le mie erano da finire con un barile di wisky bevuto a canna.

Il giorno stesso della partenza del suo papà, Dudù giusto per mettere le cose in chiaro e sottolineare la responsabilità che dovevo sentirmi addosso, si è buttata dal passeggino sul quale era seduta e legata, neanche fosse stata la figlia di Houdini, facendomi perdere 10 anni di sonno e guadagnare qualche kg di capelli bianchi in più . Una mattina, mentre i bambini dormivano sereni, dopo avere lavato il pavimento ci sono scivolata sopra e, mentre atterravo a due cm di distanza dal termosifone di ghisa, pensavo che assolutamente non potevo permettermi il lusso di spaccarmi la testa. L’ora dei pasti è stata un delirio che sono riuscita a gestire solo inalando olii essenziali di lavanda e il gas della cucina. Ninni e Dudù hanno imparato a piangere in coro, all’unisono come bambini dell’Antoniano, ma senza direttore.

Non che mio marito abbia mai cambiato ai nostri figli un pannolino e del resto neanche io gliel’ho mai chiesto, ma il fatto che la sera li faccia giocare o li faccia dormire, che asciughi loro i capelli o metta a bollire l’acqua per la pastina è in sé un grandissimo aiuto. Senza contare il sollievo che procura potersi lamentare con qualcuno del fatto che i “suoi” figli sono diventati ingestibili, che “basta, da domani si cambia regime e mangiamo tutti la stessa cosa” o sbroccare senza dare spiegazioni solo per stanchezza. Ed allora il mio pensiero è andato a quelle donne che la responsabilità di gestire da sole dei figli ce l’hanno sempre, perché un papà non c’è, non c’è mai stato o non c’è più. Penso a quelle mamme che sono anche padri, che non hanno modo di prendere respiro perché a  fare attenzione che i figli non si sbuccino le ginocchia sono da sole, a quelle mamme che la sera chiudono a chiave la porta e si affidano a sé stesse e a Dio; a quelle donne che non hanno la possibilità di lamentarsi, di piangere, di cadere o di ammalarsi. Così, ho pensato a loro, a quelle mamme che hanno più di altre diritto al titolo di supereroe. 

News Reporter
Avvocato scampato, moglie impegnativa, attrice di teatro per disperazione, appassionata di libri e di cucina e soprattutto mamma di un folletto e di una fatina. Non si rassegna all'idea che la giornata abbia solo 24 ore.