Sopravvivere allo Shopping con i bambini

Non entravo in un negozio d’abbigliamento dal 2014, dopo la lobotomizzazione in sala parto sono capace di comprare  solo indumenti la cui taglia si misura in mesi.

Sembra che per chissà quale incantesimo anche quelle donne che conservano dentro l’armadio abiti in numero sufficiente a vestire l’intera popolazione cinese,  dopo la nascita dei figli perdano totalmente interesse per lo shopping personale.
Così, oggi, spinta dal desiderio di provare il brivido dell’acquisto compulsivo e rinnovare il mio guardaroba dove campeggiano abbandonati abiti con la fantasia delle più glamour tovaglie da pic-nic, gonne che oramai stanno bene solo sulla gruccia, pantaloni col cartellino del prezzo in sesterzi, commesse in fase di scheletrizzazione ed il vello d’oro, sono andata a fare un giro per i negozi.

In questi giorni il termometro in Sicilia segna temperature equatoriali: il periodo migliore per testare l’efficacia del mio deodorante chiusa dentro un camerino senza aria condizionata. Non sfoglio una rivista di moda dal Paleolitico e non ricordavo neanche come fossero strutturati i negozi d’abbigliamento per cui all’ingresso sono emozionata come se vedessi la Cappella Sistina.
Quell’ordine non attrae solo me: Ninni si dirige verso una pila di maglie, lo afferro al volo mentre contemplo la meraviglia di quegli indumenti senza aloni di rigurgito, con la scollatura senza slabbrature da allattamento. Mi inebrio dell’odore di nuovo mentre mio figlio si infila con la testa dentro la scaffalatura del negozio. Dudu con nonchalance protende una manina dall’ovetto, afferra l’orlo di un vestito di seta e rapidamente se lo infila in bocca.
Comincio ad avvertire un po’ di disagio. Ipnotizzo Ninni davanti ad un video di Peppa Pig sul telefonino e fornisco Dudu di un giochino iper rumoroso a prova di crisi isterica, per armeggiare contro un tubino, all’interno di un camerino con uno spazio vitale sufficiente al movimento di uno sbadiglio. Saranno state le temperature da alto forno, la costrizione in un luogo angusto ma dentro quei loculi, sulla soglia dell’autocombustione, puntualmente si assiste a fenomeni paranormali: maglie bianche trasformate nella sindone di una bella nuance di fondotinta, esorcismi per sfilarsi di dosso un pantalone particolarmente aderente, vicine di camerino taglia 46 ostinarsi a provare la misura sbagliata per comparire davanti ad uno specchio in versione calamaro abbondantemente farcito.

Ho visto donne estenuare le commesse fino a provocare loro crisi epilettiche, ho visto mariti con l’entusiasmo di Marzullo parcheggiati come fossero carrelli della spesa dietro la tenda di un camerino ed ho sentito commesse mentire spudoratamente davanti all’ovvietà dell’aspetto da arrosto della domenica riflesso nello specchio. Mentre mi contorcevo per appurare quanto mi stesse bene, un bel pantalone a fiori che mi rendeva elegante come un divanetto due posti di quelli che si mettono in cucina, la mia Dudu ha manifestato il suo disappunto, non so se al caldo od alla mamma in versione carnevale di Rio, con acuti che hanno determinato l’evacuazione del negozio costringendomi ad un allattamento di soccorso dentro il loculo a mille mila gradi, sul puf del camerino, con i rivoli di sudore fino alle ginocchia e la voce di Peppa  in sottofondo.
Dopo avere sudato sette “tubini”, io ed i miei kg post gravidanze, abbiamo riflettuto sul fatto che con questa acconciatura non ho altra speranza che di sembrare Nonna Abelarda e che la maggior parte delle cose che avevo provato, a casa mia, vestono bene solo il tubo dell’aspirapolvere. A quel punto Ninni, comincia la nenia della stanchezza, Dudu sia addormenta. Raccolgo i miei straccetti che mi vestono senza  farmi sembrare una poltrona capitonnè  e torno a casa con i miei bimbi, senza acquisti perchè per farne c’è tempo e forse la mia truscia dentro l’armadio merita ancora qualche altra occasione.

News Reporter
Avvocato scampato, moglie impegnativa, attrice di teatro per disperazione, appassionata di libri e di cucina e soprattutto mamma di un folletto e di una fatina. Non si rassegna all'idea che la giornata abbia solo 24 ore.